Telemann

 

Suite, Sonata, Concerti
pour la flûte à bec e les chalumeaux
di Gabriele Formenti

 

“Ho imparato con entusiasmo a suonare le tastiere, il violino e il flauto. E ora mi sto dedicando all’apprendimento dell’oboe, del flauto traverso, dello chalumeau, della viola da gamba e perfino del contrabbasso e del trombone”. Così scrive Georg Philipp Telemann nella sua autobiografia pubblicata ad Amburgo nel 1740. Prezioso documento musicologico che aiuta a comprendere la dimensione straordinaria di questo musicista, fra i più prolifici della storia musicale e fra i più richiesti all’epoca. Fu intelligente imprenditore di se stesso (intraprendendo anche l’attività di editore di molte sue composizioni), attento al denaro quanto alle mode musicali del momento. Fra stile italiano e stile francese si muove la sua musica, alla costante ricerca di quello stile “tedesco” che non verrà mai, di fatto, portato a compimento. E proprio lo stile francese in particolare ad attrarre fortemente Telemann, come risulta evidente, ad esempio, nelle sue seicento e passa Ouverture orchestrali giunte fino a noi. Del resto, è proprio su suolo francese che nasce e si sviluppa il flauto, uno degli strumenti prediletti dal compositore.
Ad aprire il programma dunque un omaggio a quella tradizione con uno dei tanti Prelude composti da Jacques-Martin Hotteterre (1), uno dei maggiori rappresentanti della famiglia di costruttori-musicisti-compositori attivi fra Seicento e Settecento in Francia. Riccamente ornato, dove il solo strumento si fa portavoce di preziosi ideali estetici, questo preludio rappresenta l’ideale introduzione alla tonalità di la minore che caratterizza il brano che segue, il più famoso oggi, forse, di Telemann: la Suite in la minore per flauto dolce e archi (TWV 55:a2), il cui titolo originale è “Ouverture, a flute conc.’’. Si tratta certamente di una delle composizioni più rappresentative di Telemann nonché una delle più eseguite dai flautisti. Strutturata in sette movimenti, si apre (2) con l’Ouverture nel più tipico stile francese puntato, con struttura A-B-A, dove nella sezione B troviamo un motivo fugato poi ripreso anche dal flauto nel suo “solo”. I successivi movimenti di danza sono un chiaro omaggio alla tradizione di Rameau e Couperin con brani dai titoli suggestivi come Les Plaisirs (3), caratterizzato da un Presto dal carattere “staccato” affidato ai soli archi che introduce il Trio con il solo flauto che – per contrasto – utilizza una sequenza di scale legate. Il successivo movimento, Air à l’Italien (4) è invece un omaggio alla tradizione operistica italiana: qui il flauto diviene la voce solista di una tipica aria tripartita A-B-A1: a una prima sezione estremamente cantabile segue (B) un allegro puntato e staccato che riporta poi alla ripresa (A1) fiorita. Seguono due minuetti in alternanza (5) e nuovamente in contrasto fra loro (nel primo i soli archi, nel secondo con il flauto), un’altra danza dal titolo Rejouissance (6) dove l’impegno richiesto al flauto solista è notevole, due Passepied (7) in alternanza e in contrasto fra loro anche per la tonalità (in la minore il primo, in la maggiore il secondo). La suite termina con una Polonaise (8) che, a discapito di quanto il nome possa suggerire, non ha il sapore “polacco” tipico di altre composizioni di Telemann dove il riferimento al folclore di quella terra è molto più marcato e suggestivo. Questa Suite per flauto dolce è l’emblema di quanto lo stile compositivo di Telemann si fosse affinato nel corso degli anni. Ancora una volta è la sua autobiografia a illuminarci su questo aspetto. In particolare, di grande effetto è il passo in cui Telemann dichiara: “A un certo punto della mia vita mi sentivo come uno di quegli chef che hanno talmente tante pentole sui fornelli da non riuscire a ricavare un singolo grande piatto, ma solamente piccoli assaggi da ognuna di queste pentole. Ma io volevo preparare un grande “pranzo ”, utilizzando la mia penna e per fare questo mi aiutai con tutta l’esperienza ricavata in anni di studio e composizione con la musica strumentale e vocale”. Concerto in do maggiore (TWV 51 :C1 ) si presenta in quattro movimenti: Allegretto iniziale (9), con entrata solistica del flauto che sfrutta il registro più acuto dello strumento, nella “solare” tonalità di do maggiore, cui segue un Allegro (10), dove l’inizio sincopato degli archi caratterizza immediatamente l’andamento ritmico del brano, piuttosto impegnativo dal punto di vista tecnico per il flauto, chiamato ad ampi passaggi in progressione; l’Andante (11), in la minore, autentico gioiello per l’inventiva melodica e infine il Tempo di Minuet (12), inusuale conclusione per un concerto in stile italiano. Un chiaro omaggio ancora una volta allo stile francese tanto amato dal compositore. In questo movimento abbondano le progressioni di carattere vivaldiano e lo spiccato virtuosismo richiesto al flauto, attraverso veloci quartine di sedicesimi staccate. Molto meno nota è la Sonata in fa maggiore per due Chalumeaux (TWV 43:F2), giunta fino a noi in una serie di manoscritti redatti, fra il 1724 e il 1734, da Christoph Graupner, amico di Telemann e suo collega durante il periodo di Lipsia e di Francoforte, Nei manoscritti di Graupner compare la dicitura “Concerto È probabile che questa fosse l’originale denominazione voluta dallo stesso Telemann e l’ipotesi è del resto suffragata dal secondo movimento Allegro (14), nella tipica struttura “a ritornello”, dove i violini all’unisono fungono da “tutti” orchestrale, con i due chalumeaux solisti. Proprio su questa composizione si sono soffermati alcuni recenti studi musicologici che hanno riportato in luce la pratica della “Sonata auf Concertenart”, una sorta di genere “ibrido” fra la Sonata e il Concerto che utilizza, cioè, la struttura tipica della sonata sapientemente miscelata con quella del Concerto, attraverso precisi richiami stilistici. Il genere fu molto utilizzato all’epoca, non solo da J.S. Bach ma anche da altri compositori. Assai interessante qui è la scelta di utilizzare lo chalumeau, antenato del clarinetto, a dimostrazione dell’assoluta versatilità e idiomaticità della scrittura di Telemann. In particolare, proprio allo chalumeau Telemann dedicherà più di una composizione fra il 1718 e il 1760: lo troviamo infatti impiegato in diverse sue opere nonché in alcune cantate da chiesa. Del resto, ricordiamo che proprio in Germania lo strumento godette di grande popolarità e per esso scrissero anche Dittersdorf, Hasse, Gluck, Molter e lo stesso Graupner. A un primo movimento senza indicazione di tempo (13), che sembra richiamarsi a una Sarabanda, introdotto dai due chalumeaux, segue il già citato Allegro (14), introdotto dai violini all’unisono. La sezione solistica riservata ai due strumenti è piuttosto impegnativa dal punto di vista tecnico, a dimostrazione di come lo strumento fosse popolare all’epoca e anche, evidentemente, del livello raggiunto da certi solisti. Il terzo movimento è un Grave (15) di chiara ispirazione corelliana, evidente nell’utilizzo di un basso “passeggiato” che accompagna archi e chalumeaux. Interessante è la parte del secondo chalumeau, cui è richiesto un accompagnamento in quartine di sedicesimi, mentre al primo solista è affidata una parte più cantabile. L’ultimo movimento è un Vivace (16), in tempo ternario, piuttosto concitato ritmicamente con i due solisti che procedono in parallelo, spesso a distanza di terze. L’ultimo brano in programma è il “Concerto di camera” in sol minore (TWV 43:g3). Anche questo, come nel caso del Concerto in do maggiore, si presenta con una struttura “ibrida” dove forti ed equipollenti sembrano essere i richiami tanto allo stile italiano quanto a quello francese. Tale “ibridazione” è del resto presente fin dal titolo: “Concerto di camera per flauto à bec”. Il primo movimento è un Allegro (17), dal carattere vivaldiano con progressioni poi riprese nel “solo” strumentale. Piuttosto interessante è la figurazione ritmica del secondo tema affidato al flauto con veloci e impegnativi ribattuti. Nella sezione B di questo primo movimento proseguono le progressioni, sempre attraverso veloci quartine di sedicesimi del flauto. Il secondo movimento è una Siciliana (18), caratterizzata dal tipico andamento puntato, qui impreziosito da Telemann attraverso un ampio utilizzo di terzine, subito reiterate dal flauto nell’esposizione del proprio “solo”. Interessanti sono le cadenze scritte con biscrome in chiusura tanto della prima parte che della seconda. L’utilizzo della figurazione in biscroma caratterizza anche gran parte del “solo” flautistico della seconda parte del movimento. Gli ultimi due movimenti di questo concerto omaggiano ancora una volta la tradizione francese. Il terzo movimento (19) è una deliziosa Bourrèe dove il flauto sembra giocare con trilli e terzine. Il tutto si conclude con un Menuet (20), alternato, come da tradizione, da un “Trio” dal carattere contrastante dove il flauto torna assoluto protagonista attraverso ampie volate in quartine di sedicesimi.